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Vuoto cosmico
Quando guardo la Luna e le stelle, alzando gli occhi dall’orizzonte quotidiano,
percepisco un grido disperato che si propaga da un luogo lontano.
È un deserto ammassato nel dolore, un non senso, infido e incidente,
una retta che s’interseca, generando un dramma geometrico cosciente.
Quel niente inzuppato di dolenza, embrione morto non ancora abortito,
vorrei estirparlo ed espandermi infinitamente, riempire il vuoto percepito
con un cielo stemperato da nebulose di luce e lentiggini di stelle,
cercando costantemente d’immergermi in plurime anime gemelle.
Lo smarrimento gioca brutti scherzi e mi sembra di dissolvermi in mille universi,
ascoltando l’eco dell’urlo primigenio, sibilo parole incapaci di astenersi.
Manca materia, non risponde all’appello, dilatiamo un po' di verità
per tentare di completare una formula rimasta scritta a metà.
Restiamo nell’affanno, poco più che vegetali dormienti,
con l’encefalogramma piatto, incapaci di fertili collegamenti.
Inermi, non sappiamo reagire alla vacuità che c’interpella,
blocchi di marmo, diventiamo bozzetti levigati mentre ci scalpella.
Ed è vuoto cosmico, vuoto atomico, vuoto animico.
Un vuoto vuoto, eclissi perenne appesa al filo del distacco.
Un vuoto stridente, come spade incrociate in battaglia
in un corpo a corpo, che c’impegna e c’intaglia.